Tra un’inflazione record e in continua ascesa, con il rischio crescente di aspettative inflazionistiche disancorate per gli aumenti salariali in arrivo, e una recessione corta e debole (fine 2022 inizio 2023) nello scenario peggiore e non di base, il Consiglio direttivo della Bce non ha avuto dubbi, ha scelto la lotta all’inflazione. E così lo scorso giovedì ha votato all’unanimità a favore di un rialzo di 75 centesimi, senza precedenti tra i ritocchi all’insù (ma non per i tagli) nella storia della Banca Centrale europea.
Il nemico numero uno ora è l’inflazione e questa va combattuta «con determinazione» e su questo l’accordo è stato unanime.
Il rialzo “jumbo” della politica monetaria, che se anche avesse un impatto negativo sull’economia questo sarebbe molto più modesto rispetto all’alta inflazione, è stata proposta dal capo economista Philip Lane e caldeggiata dalla presidente Christine Lagarde e anticipata a Jackson Hole dal Board member Isabel Schnabel.
Mettere d’accordo i 25 membri del Governing Council sull’aumento di tre quarti di punto non è stato difficile anche per un altro motivo: il tasso sui depositi lo scorso giovedì era allo 0%, «così lontano» da quel tasso terminale che dovrebbe rappresentare il livello al quale la Bce è fiduciosa che l’inflazione tornerà al target del 2% sul medio termine. Il tasso terminale è una novità, e sarà elaborato e discusso sicuramente nelle prossime riunioni del Consiglio direttivo: per ora si sa soltanto che non è il tasso neutrale, non è il tasso normale o naturale. Nessuno in Bce ha indicato dove si trova esattamente il tasso terminale, ma c’è un motivo: è prematuro fissarlo ora, nel momento in cui i tassi di riferimento sono ancora molto lontani da questo livello.
Certo è che tanto più lontana la Bce si trova dal tasso terminale, come lo era con il tasso dei depositi allo 0% l’8 settembre, e tanto più grandi possono essere i rialzi dei tassi per poter centrare velocemente l’obiettivo del mandato della stabilità dei prezzi. E così la finestra di opportunità di poter alzare i tassi di 75 centesimi, in un contesto di economia in stagnazione ma non in recessione nello scenario base, è stata colta al volo.
La Bce si è sentita nella condizione di poter alzare i tassi di tre quarti di punto anche perché le banche sono in buone condizioni, sono uscite dalla pandemia ancora solide e senza la temuta impennata delle sofferenze, e anche le famiglie e le imprese non solo molto indebitate. I rendimenti dei bond a dieci anni tra l’altro non sono visti come saliti in maniera eccessiva.
Il fronte più preoccupante per la Bce resta dunque uno, quello dell’alta inflazione, in agosto a una media del 9,1% nell’area dell’euro, nel 2022 e nel 2023 molto sopra il livello del 2% e anche alla fine dell’orizzonte temporale: nel 2024 l’inflazione complessiva e di fondo è pronosticata dalle proiezioni macroeconomiche di settembre al 2,3% e questo livello sopra il target alla Bce non piace perché riflette l’impatto dei colli di bottiglia sulle catene di valore ma anche gli esiti delle trattative salariali in arrivo.
I salari vengono adeguati all’inflazione con ritardo e quindi anche nel caso in cui i prezzi - ora alle stelle - dell’energia dovessero in prospettiva calare, comunque i sindacati rivendicheranno adeguamenti importanti per il caro vita e caro bollette: le aspettative finiscono a quel punto per disancorarsi e l’inflazione rischia di restare alta con persistenza, rendendo il compito della Bce, quello di un’inflazione al 2% sul medio termine, molto più arduo.