Elaborazioni SevenData: a fine 2023, cresciute del 2,5% le realtà in sofferenza
Nessun allarme credit crunch, per il momento, ma a fine 2023 cominciano a evidenziarsi segnali di peggioramento del merito creditizio delle imprese italiane, a causa soprattutto dell’elevato costo del denaro, ma anche da un rallentamento della domanda di mercato che sta colpendo soprattutto la manifattura. Secondo le elaborazioni di SevenData (società che opera nell’ambito del data marketing e della business information), a dicembre 2023 le imprese appartenenti alle tre classi di rating più basse sono aumentate del 2,54% rispetto al dicembre 2022, arrivando a rappresentare il 30% circa del campione (1,3 milioni di aziende).
Quasi una realtà su tre è dunque a rischio solvibilità o default e l’incremento è diffuso in maniera piuttosto omogenea su tutto il territorio nazionale, con aumenti più accentuati (quasi +3,2%) per Liguria e Piemonte, ma incrementi sopra la media nazionale anche per altre regioni fortemente industriali, come Veneto e Lombardia. Calano viceversa (del 2,6%) le imprese appartenenti alle prime due classi di rating, la cui incidenza sul totale scende dunque a fine 2023 al 47,3% (dal 49,9% di fine 2022). «È un primo campanello di allarme, ma siamo ancora nell’ambito del fisiologico – osserva il ceo di SevenData, Fabrizio Vigo –. Sarebbe preoccupante un aumento superiore al 5 o 6%, ma la situazione è ancora gestibile, anche se certo merita di essere monitorata in modo continuativo».
Anche guardando ai settori produttivi, l’aumento appare diffuso in modo abbastanza omogeneo, sebbene si osservino dei valori più elevati per alcuni comparti (ad esempio l’agricoltura, con +4,6%), e una miglior tenuta (sotto il 2%) per i settori legati all’industria turistica e alle attività immobiliari. Interessante il dato relativo alla manifattura che, nonostante registri un calo significativo delle imprese più virtuose (-2,4%), riesce invece a “limitare” l’aumento della rischiosità (+1,9%), a conferma della solidità del tessuto industriale italiano.
«La vulnerabilità della situazione finanziaria delle imprese risente del rallentamento economico in atto e degli alti costi di finanziamento del credito – dice l’economista Sergio De Nardis –. Ma, sebbene peggiorata a fine 2023, questa vulnerabilità è ancora contenuta. Nel loro insieme, le imprese si presentano con una situazione finanziaria e patrimoniale solida. Hanno una buona redditività, seppur in riduzione, e hanno ampie riserve di liquidità». Anche l’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia, pubblicato lo scorso novembre, delinea in prospettiva una situazione che, anche ipotizzando gli scenari peggiori, è ben lontana da quella post 2008 e 2011. Anche il rischio di credit crunch, secondo De Nardis, è per ora scongiurato: le ultime rilevazioni Isae hanno sì registrato un aumento nella percentuale di imprese manifatturiere che hanno chiesto credito e non lo hanno ottenuto, ma tale aumento arriva dopo un forte calo nel 2021 e 2022, per cui si assesta oggi ai livelli pre-pandemia. Inoltre, spiega De Nardis, «nella maggior parte dei casi, il credito richiesto non è stato erogato non per un rifiuto della banca, ma per una rinuncia delle aziende ad accettare tassi troppo elevati».
Il vero nodo, dunque, saranno le mosse della Bce nei prossimi mesi. Ieri a Davos la presidente Christine Lagarde si è detta fiduciosa su una riduzione entro l’estate, ma le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il possibile riacutizzarsi dell’inflazione suscitano qualche timore, osserva Stefano Manzocchi, prorettore per la Ricerca all’Università Luiss. «Anche ipotizzando l’atteso taglio dei tassi, l’effetto sulle imprese non sarà immediato – aggiunge il professore –. Perciò penso che questo aumento della rischiosità creditizia, oggi ancora contenuta, possa proseguire nei prossimi mesi, accentuando le differenze tra i settori produttivi, soprattutto nella seconda parte dell’anno, con una sofferenza più marcata per alcuni comparti manifatturieri, a causa di un rallentamento sia della domanda interna, sia delle esportazioni».
Le imprese più indebitate continueranno dunque ad avvertire il peso dell’aumento del costo del denaro per tutto il 2024. A fare la differenza, su investimenti e crescita, saranno fattori come il prezzo dell’energia: «Finché si mantiene abbastanza basso, possiamo essere moderatamente ottimisti – conclude Manzocchi – perché il costo elevato del denaro potrà essere compensato da costi produttivi contenuti, soprattutto se confrontati ai picchi raggiunti nel 2022».
Giovanna Mancini - IL Sole 24 Ore