12 gennaio 2023

Mutui, il 2023 sarà l'anno del fisso: il variabile è diventato più caro

Investimenti. Dopo lo shock del 2022, con l’aumento della rata variabile di oltre il 40%, le mosse Bce e la prospettiva della recessione capovolgono lo scenario di chi vuole comprare casa: l’ultima volta nel 2008 post crack Lehman Brothers

Il sorpasso degli indici variabili sul fisso

Si è appena chiuso un anno shock sul fronte mutui. Coloro i quali stanno rimborsando un tasso variabile si sono visti aumentare le rate di oltre il 40% come conseguenza del balzo degli indici Euribor, passati da -0,5% al 2,1%. Allo stesso tempo, coloro i quali stanno ragionando se sia il momento giusto per comprare una casa si trovano di colpo tassi di mercato meno generosi con fissi anche superiori al 4% e variabili più competitivi ma con la prospettiva di diventare via via più onerosi. Alcuni di essi, conti alla mano, sono ora costretti ad abbassare le pretese sull'immobile desiderato. Perché se fino allo scorso anno il loro potere reddituale, a fronte di tassi medi intorno all'1,5%, consentiva di sbilanciarsi su prestiti più elevati e di conseguenza su immobili più grandi e di maggior valore, l'impennata del costo degli interessi ha adesso ridimensionato la quantità di capitale finanziabile. Gli unici a poter dormire sonni tranquilli sono quelli che hanno stipulato un tasso fisso su livelli molto bassi (fino a un paio d'anni fa era possibile anche sotto l'1%) che non vedono in alcun modo intaccato il piano di ammortamento.

Nel complesso è stato un anno difficile, a cui seguirà probabilmente un anno ancora più complesso. Perché il 2023, a livello di contesto macro e di politica monetaria, non inizia con uno scenario di fondo migliorato. Il governatore della Bce Christine Lagarde nel discorso di metà dicembre (qualche minuto dopo aver annunciato un rialzo dei 50 punti base del costo del denaro) è stato più duro (falco) delle attese. Il messaggio recapitato agli investitori e di riflesso ai mutuatari è che i tassi saliranno ancora perché la lotta all'inflazione è ancora lontana dal potersi dire conclusa. La Bce ipotizza un'inflazione “core” (quella di cui tiene conto perché depurata delle componenti più volatili, vale a dire i prezzi dei beni energetici e di quelli alimentari) scendere dall'attuale 5% al 4,2%. Un timido calo, quindi, con una soglia di approdo molto distante dall'area del 2% che resta l'obiettivo del mandato della Bce in termini di stabilità dei prezzi da preservare. Come mai la Bce si aspetta solo un leggero ridimensionamento dell'inflazione “core” nonostante essa stessa preveda di attuare ancora “diversi rialzi da 50 punti base”? E' questa la domanda che preoccupa di più i mercati che a caldo, in reazione alle parole della Lagarde, hanno spinto i futures sugli Euribor 3 mesi (quelli più utilizzati per determinare, in aggiunta allo spread stabilito dalla banca, il tasso variabile) con scadenza dicembre 2023 dal 2,8% al 3,6%. Come dire che il mercato si aspetta almeno altri tre rialzi da 50 punti base nel prossimo anno. Dopodiché il quadro dovrebbe migliorare o comunque stabilizzarsi (almeno è quello che scontano ora i mercati) dato che gli Euribor sono visti al 3 % nel prossimo Natale. Del domani non v'è certezza, soprattutto quando una banca centrale sceglie di usare parole appositamente vaghe (“diversi rialzi”) in un contesto ballerino e imprevedibile come è quello di una battaglia ad un'inflazione che non si vedeva da 40 anni (l'inflazione headline è balzata nell'Eurozona oltre il 10%). Di conseguenza molti di coloro che avevano un tasso variabile, nel corso degli ultimi mesi si sono affrettati a surrogarlo a tasso fisso, accettando di pagare di più (3,5% - 4%) per evitare ulteriori cattive sorprese. Quelli che non lo hanno ancora fatto ci staranno sicuramente pensando con un occhio agli Eurirs (gli indici interbancari sul lungo periodo utilizzati dalle banche per determinare il tasso fisso) e un altro agli Euribor. Qualche giorno fa, gli osservatori più attenti, avranno visto che l'Euribor a 3 mesi (2,1%) si è portato oltre per qualche seduta rispetto agli Eurirs a 30 anni (scesi fino all'1,85% l'8 dicembre). Il variabile ha superato il fisso in sostanza. A metà dicembre però le parole della Bce hanno gettato piena incertezza anche sulla parte lunga della curva, dato che la banca centrale ha annunciato che da marzo inizierà a lasciar scadere (senza più riacquistarli) i vari bond che ha messo a bilancio negli ultimi anni. Questa notizia ha riportato un po' più in su gli Eurirs con la parte a 30 anni che si è portata al 2,4% superando nuovamente gli Euribor. Al di là del testa a testa che probabilmente seguirà nelle prossime settimane resta marcato il trend di fondo. Gli Euribor con ogni probabilità continueranno a salire perché essi riflettono in modo puntuale i rialzi del tasso sui depositi della Bce mentre la corsa degli Eurirs (e di conseguenza dei fissi) potrebbe anche arrestarsi non appena il mercato dei bond inizi a prezzare in modo più marcato lo scenario di recessione economica che molti dati economici anticipatori (i cosiddetti leading indicator, come indici Pmi e Zew) stanno annunciando da qualche mese. Di conseguenza non è da escludere che nel corso del 2023 il sorpasso del variabile nei confronti del fisso (posto che le banche mantengano uguale lo spread sui due prodotti) possa diventare una costante. Sarebbe un paradosso (partire con un variabile più caro del fisso in teoria non ha senso dato che il variabile sulla carta espone a rischi maggiori) ma non sarebbe il primo caso. L'ultima volta che è accaduto risale al 2008, ai tempi del collasso di Lehman Brothers con annessa crisi di liquidità tra le banche e impennata record degli Euribor. Il contesto odierno è un tantino diverso (perlomeno le banche non hanno problemi di liquidità e di sfiducia reciproca) ma il quadro resta comunque delicato. L'unica certezza, in questo marasma sui tassi, è che queste condizioni stanno ponendo le basi per un rallentamento della domanda di mutui e case nell'anno che si aprirà. Con l'augurio, ovviamente, che i fatti della street economy possano smentire le razionali previsioni macro che si possono ricavare unendo i puntini. E che questa stretta della Bce possa durare meno del previsto.

Il Sole 24 Ore  -Vito Lops