Se il 2022 è stato un anno molto complicato per i mutuatari, il 2023 non sembra da meno.
Questo perché la Banca centrale europea ha mantenuto il polso duro alzando i tassi di 50 punti base nel meeting di febbraio, annunciando una pari stretta in quello di marzo. A conti fatti, fra qualche settimana gli Euribor 3 mesi, che oggi viaggiano al 2,57%, dovrebbero raggiungere la soglia del 3% allineandosi alla soglia a cui dovrebbe approdare il tasso sui depositi della Bce dopo il meeting di marzo. La “buona notizia” è che gli Euribor, che i mutuatari a tasso variabile ben conoscono perché è sulla base di questi indici che viene calcolato la loro rata, sono agganciati al tasso sui depositi, che è più basso di 50 punti base rispetto all’altro tasso manovrato dalla Bce, quello di rifinanziamento principale, proiettato al 3,5%. L’altra “buona notizia” arriva in un certo senso dalle parole della Bce che ha dichiarato che da marzo in poi attenderà di valutare l’evoluzione dell’inflazione (in fase calante) prima di optare per altre strette. La “terza buona” notizia arriva dal mercato dei future che ad oggi ipotizza un picco degli Euribor al 3,4% per fine anno e poi una discesa nel 2024-2025 sotto il 2,5%. La “quarta buona” notizia riguarda la relazione con gli Usa. Anche da quelle parti la Fed ha abbassato i toni delle strette e va tenuto conto che è ragionevole supporre che tra Usa ed Eurozona ci sia un differenziale di tasso intorno a 150-200 punti base. Di conseguenza è macroeconomicamente poco attendibile uno scenario in cui, se per ipotesi la Fed si dovesse fermare al 5-5,5%, la Bce la agganci.
Dal punto di vista statistico un Euribor al 3% non lo si vedeva da 14 anni. E dire che lo scorso anno di questi tempi viaggiava ancora a tassi negativi, quel -0,5% che andava quindi sottratto, anziché sommato, allo spread della banca. Quegli anni di tassi ultra-bassi e vacche grasse sul fronte mutui rappresentano ormai un lontano ricordo. L’economia è ciclica, lo scenario è mutato e bisogna prenderne atto. Per certi versi l’orologio del ciclo economico sembra aver riportato il quadro al 2008. La confluenza con quel periodo riguarda il sorpasso degli Euribor nei confronti degli Eurirs (i parametri utilizzati per bloccare in sede di stipula il tasso fisso). Da qualche settimana l’Euribor a 3 mesi è più in alto rispetto all’Eurirs 30 anni (2,37%). Di conseguenza, a parità di spread applicato dalle banche, il variabile ha le carte in tavola per costare in più del fisso in partenza. L’ultima volta in cui è successo è stato proprio nel 2008. Posto che la storia mai si ripete ma spesso fa rima, i mutuatari potrebbero trarre qualche spunto rispetto a quanto visto nel 2008 andando eventualmente a sfruttare l’anomalìa che oggi, come allora, si è ripresentata: perché i tassi a breve (Euribor) superano quelli a lunga (Eurirs) quando il mercato dei futures e delle obbligazioni anticipa l’arrivo della recessione. E se (quando) arriva la recessione i tassi a breve vengono poi tagliati dalle banche centrali proprio per andare nuovamente a sostenere un’economia in difficoltà. Chi ha sposato questo ragionamento nel 2008 scegliendo allora un variabile che costava più del fisso ha avuto ragione. Perché di lì a qualche trimestre i tassi sono scesi e con essi le rate del loro mutuo. Per questo motivo c’è chi inizia a pensare che anche nel 2023 qualche aspirante mutuatario (o qualche mutuatario che sta valutando una surroga) possa optare per la scelta, sulla carta più aggressiva e rischiosa, di sposare il tasso variabile. Sposando la logica mean reverting che governa gli ambienti finanziari, quella che prima o poi i prezzi (e anche i tassi) fanno ritorno alla media. Di conseguenza quando si allontanano troppo dalla media, a tal punto che il variabile costa più del fisso sfidando le leggi del rapporto rischio/rendimento, il mercato inizia a popolarsi di quei coraggiosi che vanno contro la massa. Quei coraggiosi oggi sarebbero coloro che, mentre tutti scappano e si rifugiano su un fisso al 4%, scelgono di sposare la volatilità degli Euribor anziché bloccare un Eurirs comunque plafonato sui massimi degli ultimi 9 anni.
«L’impennata dei tassi e la convergenza tra fisso e variabile ha compresso nel 2023 le richieste di mutui a tasso variabile che a gennaio rappresentavano solo il 13% del totale, un crollo rispetto al 60-70% del totale che vedevamo l’estate scorsa, sommando variabile puro e variabile con cap – spiega Alessio Santarelli, amministratore delegato MutuiOnline -. Alcuni clienti tuttavia continuano a preferire il variabile, una scelta che a prima vista è più coraggiosa, ma che dal punto di vista finanziario nel lungo periodo può essere la più vincente, soprattutto se si guarda ai forward sull’euribor, alla curva dei tassi, alla retorica più morbida della Bce che potrebbe sembra segnalare la voglia di tornare al più presto ad essere più colomba che falco. Ovviamente i mutuatari variabili devono essere consapevoli della sostenibilità dei mutui che sottoscrivono e quindi ai rischi a cui si espongono se i tassi andassero a convergere verso i livelli americani rispetto alla certezza dello sposare un tasso fisso».
C’è anche un’altra via, più prudente. Partire col fisso (e proteggersi nel frattempo dal cigno nero rappresentato da una seconda più violenta ondata di inflazione in stile anni ’70) e poi, nel caso il quadro migliori (lato mutui) e peggiori (lato macro, con economia in recessione) effettuare una surroga a tasso variabile. Confidando però che nel frattempo le banche non aumentino gli spread sull’opzione che a quel punto diventerebbe la più gettonata.
Vito Lops - IlSole24Ore