06 febbraio 2026

Ora il fisco guarda anche nel carrello: nei controlli spuntano i "conti della spesa"

Nei nuovi accertamenti basati su ISA e parametri di settore, l’Agenzia affianca ai rilievi presuntivi anche i dati ISTAT sulla spesa media delle famiglie

Utilizzati con scarso successo nelle varie stagioni che hanno contraddistinto la vita travagliata del redditometro di cui all’articolo 38 del dPR n. 600 del 1973, i dati Istat, con un ruolo diverso rispetto al passato, tornano con l’ultima campagna di controlli tributari avviata dall’Amministrazione finanziaria. Da elementi indicativi di capacità contributiva a presunzioni dell’inattendibilità dei dati contabili dichiarati dal contribuente.

L’attività ispettiva dell’Agenzia delle entrate è in forte evoluzione. Nel corso degli ultimi mesi i tradizionali controlli a tavolino hanno lasciato spazio a metodologie di controllo semplificato, di natura essenzialmente presuntiva, basate sulle risultanze degli indicatori di affidabilità fiscale, sui dati medi di settore e su quelli dell’Anagrafe dei rapporti finanziari (“ISA e Anagrafe dei rapporti finanziari, nuova frontiera dell’accertamento: CPB è l’ultimo baluardo”). Come segnalato al Centro Studi Fiscal Focus, sul solco già segnato, l’Amministrazione finanziaria ha iniziato ad impiegare i dati statistici relativi alla spesa media mensile per famiglia pubblicati sul portale Istat.

Gli ultimi controlli, in un mix di strumenti e procedure differenti, si caratterizzano per alcuni aspetti peculiari. A partire dall’innesco dell’attività ispettiva, in linea con le disposizioni degli articoli 9-bis, comma 14, del decreto legge n. 50 del 2017 (l’analisi del rischio di evasione fiscale deve essere effettuata in ragione del livello di affidabilità fiscale, privilegiando i controlli nei confronti dei soggetti con punteggio ISA inferiore a 6) e 34, comma 2, del decreto legislativo n. 13 del 2024 (intensificazione delle attività di controllo nei confronti dei soggetti che non aderiscono al concordato preventivo biennale o ne decadono) i predetti controlli sono motivati, da un lato, da un indice sintetico di affidabilità fiscale gravemente insufficiente e, dall’altro, dalla mancata adesione al Concordato preventivo biennale e, di conseguenza, al corrispondente regime speciale di ravvedimento. Alla luce degli schemi di atto notificati l’attività ispettiva dell’Amministrazione finanziaria sembra davvero focalizzarsi sui contribuenti che non hanno creduto al “patto fiscale”.

Avviandosi da queste considerazioni, e soprattutto dagli insoddisfacenti indicatori di affidabilità fiscale (ricavi per addetto, valore aggiunto per addetto, reddito per addetto e durata e decumulo delle scorte), i predetti controlli si sviluppano sulla base di un presunto comportamento antieconomico del contribuente. In particolare l’Amministrazione finanziaria, come se il tempo si fosse fermato, riesuma la base normativa, l’articolo 62-sexies del decreto legge n. 331 del 1993, sulla base della quale si sviluppò, ormai venti anni or sono, la temuta campagna di accertamenti, clamorosamente bocciata dalla giurisprudenza di legittimità, basata esclusivamente sulle risultanze degli studi di settore.

La predetta disposizione prevede che l’accertamento induttivo, di cui all’articolo 39, primo comma, lettera d) del dPR n. 600 del 1973 e all’articolo 54 del dPR n. 633 del 1972, possa essere giustificato dall’esistenza di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta. In tal senso, ristabilendo una procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione di nuovi parametri, nel caso di specie gli ISA, l’Amministrazione finanziaria procede alla ricostruzione dei ricavi e della redditività applicando al costo del venduto dichiarato dal contribuente il maggiore ricarico rilevato nei soggetti “virtuosi” (con punteggio ISA superiore a 8 nell’ambito regionale di localizzazione) del settore di appartenenza. In questo modo, in maniera abbastanza discutibile, l’Agenzia delle entrate prima giustifica l’antieconomicità esclusivamente sulla base delle risultanze ISA, poi applica i valori medi di settore, secondo la stessa logica dei vecchi studi di settore.

Probabilmente a causa di un iter ispettivo eccessivamente semplificato, essenzialmente a sostegno delle proprie ricostruzioni, negli ultimi controlli l’Agenzia delle entrate ha introdotto i dati ISTAT al fine di rappresentare l’incongruenza fra il reddito dichiarato e quello rilevato statisticamente come necessario per il sostentamento del nucleo familiare di appartenenza del contribuente. L’Amministrazione finanziaria, pur non utilizzando direttamente i dati statistici ai fini della ricostruzione dei maggiori ricavi, utilizza la spesa media mensile per famiglia in funzione del numero di componenti del nucleo per avvalorare il proprio operato.

E’ tutto frutto di un chiaro disegno. Considerato che l’accertamento tributario non può essere motivato esclusivamente sulla base delle risultanze ISA, né il comportamento antieconomico desunto esclusivamente da divergenze del ricarico medio di settore, nella più recente strategia di controllo dell’Amministrazione finanziaria i dati statistici assumono una funzione accessoria alla ricostruzione. Ove il punteggio ISA è insufficiente e il ricarico insoddisfacente rispetto ai soggetti virtuosi del settore di appartenenza, i dati statitici diventano il collante con il quale l’Agenzia delle entrate tenta di qualificare (ovvero rendere gravi, precise e concordanti) quelle che, agli estremi, potrebbero considerarsi presunzioni semplicissime o meri indizi di evasione.

 Paolo Iaccarino - Fiscalfocus