Scendono i rendimenti a breve e a medio lungo termine nelle ultime sedute. Il mercato metabolizza i commenti accomodanti di questi giorni dei funzionari della Fed e della Bce, con un occhio puntato agli sviluppi del conflitto tra Israele e Hamas. È sempre più probabile che le due banche centrali abbiano terminato i rialzi dei tassi ufficiali (segui tassi e valute su www.aritma.eu).
L’incertezza resta alta e gli scenari per i prossimi mesi sono tutti egualmente probabili. Nel primo, i dati segnaleranno un rallentamento dell’economia. Questo verrebbe accolto bene dai mercati, tanto obbligazionari quanto azionari. La Fed mantiene per prudenza i tassi sui livelli attuali per sei-nove mesi, ma poi ha spazio per tagliarli l’anno prossimo di quei 50 punti base che ha indicato nelle previsioni dell’ultimo Fomc. In questo caso i rendimenti possono recuperare parzialmente e sperare in recuperi più consistenti nel 2024.
Nel secondo, invece, l’economia americana mantiene intatta la sua forza, il decennale sarà facile vederlo superare il 5% e la Fed si vedrà costretta ad alzare ancora i tassi a novembre. Alcuni fattori complicano la lettura di quanto potrebbe avvenire: lo sciopero del settore dell’auto e lo shutdown delle attività della Pubblica Amministrazione, che tornerà di attualità a metà novembre. Nonostante questi rischi la pesante correzione azionaria e obbligazionaria di settembre potrebbe essersi spinta anche troppo in avanti: lo scenario di un soft landing – auspicabile e probabile – lascia spazio a un recupero dei bond o come minimo a una stabilizzazione.
In Eurozona, secondo membri del board della Bce non c’è più motivo di rialzare i tassi. Dopo l’ultima stretta della Bce si sono visti buoni numeri sull’inflazione, mentre l’aumento dei costi di finanziamento a lungo termine è stato eccessivo. I dati ultimi usciti confermano che l’economia della zona euro si è probabilmente contratta nell’ultimo trimestre, con la domanda diminuita a settembre al ritmo più veloce in quasi tre anni, le vendite al dettaglio diminuite molto più del previsto.
Quello che sta emergendo è che gli effetti della stretta si devono ancora fare sentire completamente e ciò indurrà prudenza nella Bce; prudenza che sarà dettata anche dal rientro dell’inflazione negli ultimi mesi dell’anno per effetto del confronto statistico con i record di ottobre/novembre 2022 (cpi sopra il 10%) e questo renderà difficile alla banca centrale far accettare un altro aumento. La Cpi (inflazione) potrebbe scendere dal 5,2% di agosto al 3% in ottobre/novembre e a cavallo di tale livello oscillare per l’intero 2024 (previsione Bce 3,2%). Al momento l’obiettivo del 2% fissato dalla Bce non pare ancora inquadrabile (previsione Bce 2025 al 2,1).
Non viene rivisto il punto di massimo per l’Euribor, che resta ancorato al 4%, cioè sui livelli attuali (fixing 3,98%). Un livello di Euribor tra il 4% e il 3,90% è previsto (tassi Future) fino a marzo 2024, poi potrebbe esserci un rientro verso il 3,30% per dicembre. Nell’estate 2024 la Bce è attesa tagliare i tassi. Successivamente l’Euribor scenderebbe al 3% da giugno 2025 a dicembre 2026.
I Btp patiscono l’aumento del deficit programmatico
Discorso a parte per i Btp, che patiscono l’aumento del deficit programmatico, l’abbassamento delle stime di crescita 2024 a 1,2% che risultano, a parere di previsori specializzati sull’Italia, ancora assai ottimistiche, e gli imminenti appuntamenti con le società di rating (il primo il 20 ottobre con S&P, il secondo ben più importante quello con Moody’s del 21 novembre, che a differenza delle altre società di rating tiene l’Italia appena sopra la soglia dei Non Investment grade).
Eutekne - Stefano Pignatelli