31 luglio 2026

Tassi sui massimi di periodo

I mercati obbligazionari prestano maggiore attenzione all’impennata dei prezzi del petrolio piuttosto che alla Bce

La settimana appena trascorsa ha visto il mondo di nuovo con il fiato sospeso, come se il cessate il fuoco di giugno non fosse mai avvenuto. Dopo settimane trascorse a sonnecchiare, mentre le tensioni tra Usa e Iran covavano sotto la cenere, per gli investitori il risveglio è stato brusco: il greggio è balzato a 100 dollari il barile e l’inflazione è tornata a figurare nell’elenco dei timori per tutti. Lo shock è arrivato dal Mar Rosso dove gli Houthi, alleati dell’Iran, hanno attaccato due petroliere saudite, minacciando di bloccare un’altra arteria vitale del Medio Oriente per la fornitura globale di greggio. Considerate le riserve mondiali di petrolio già in esaurimento, il rischio è che uno shock energetico prolungato alimenti l’inflazione globale e sradichi le aspettative sui prezzi, incubo per tutte le banche centrali. Rispetto a fine giugno i contratti Brent sono saliti di quasi il 40% (segui tassi e valute su www.aritma.eu).

Poi nel weekend l’Iran ha detto che fermerà i propri attacchi finché gli Stati Uniti faranno lo stesso. I prezzi del petrolio sono crollati del 4% in seguito alla sospensione degli attacchi nel fine settimana; tornano le speranze di una soluzione diplomatica. Il future sul Brent viaggia in calo a 92 dollari.

Ad aggiungere incertezza ci ha pensato ancora una volta l’amministrazione Trump con introduzione di nuovi dazi di 10% e 12,5% sulle importazioni da 60 partner commerciali, tra cui Unione europea e Cina, accusati di contrastare in modo insufficiente il lavoro forzato.

Ma la scorsa settimana ha visto anche la riunione Bce e gli indici Pmi (direttori acquisti).

La Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi di interesse, aprendo però alla possibilità di un ulteriore inasprimento della politica monetaria nei prossimi mesi, mentre l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente torna a spingere verso l’alto i prezzi dell’energia. La Bce ha confermato il tasso di deposito di riferimento al 2,25% (2,40% refi e 2,65% rif. marg.) comunicando di stare monitorando attentamente l’intensità e la durata dello shock, nonché i suoi effetti indiretti second-round.

Hanno sorpreso in positivo le anticipazioni sui Pmi (indice di fiducia direttori acquisti) di luglio diffuse venerdì mattina che rafforzano l’idea che l’economia europea abbia una capacità di tenuta maggiore del previsto. A luglio l’attività economica è tornata a crescere per la prima volta in quattro mesi, trainata da una ripresa dei nuovi ordini. L’indice Pmi composito Flash per la zona euro sale a 51,9 a luglio dal 50,0 di giugno, registrando il valore più alto degli ultimi cinque mesi e superando di gran lunga le previsioni di un modesto aumento a 50,3. Un valore superiore a 50,0 indica un’espansione dell’attività. Luglio sta dunque registrando una gradita ripresa.

I nuovi ordini crescono per la prima volta da febbraio, con il ritmo di espansione più rapido dall’aprile 2023. Il settore dei servizi raggiunge il massimo degli ultimi cinque mesi a 51,6, in rialzo rispetto a 49,4, interrompendo tre mesi di contrazione e smentendo le attese che prevedevano un altro mese di calo dell’attività. La crescita della produzione manifatturiera tocca il massimo degli ultimi 52 mesi e il Pmi manifatturiero complessivo sale a 52,0 da 51,4, superando la stima pari a 51,5. La Germania, la maggiore economia della zona euro, torna a crescere per la prima volta in quattro mesi. Il resto della zona euro registra l’espansione più forte degli ultimi otto mesi. Ulteriore conferma della tenuta dell’economia Ue è giunta anche dall’indice Ifo di fiducia delle imprese tedesche cresciuto oltre le attese a luglio.

I mercati obbligazionari prestano maggiore attenzione all’impennata dei prezzi del petrolio piuttosto che alla Bce. Dunque la scorsa settimana si sono registrati picchi significativi sui rendimenti e ieri, con il prezzo del greggio in calo si assiste ad un altrettanto significativa discesa. Il bilancio complessivo rispetto ad una settimana fa vede una sostanziale stabilità per i tassi eurozona che comunque restano poco sotto i massimi di periodo. Il Bund 2 anni è al 2,78% (+3), il 10 anni al 3,13% (1); l’Irs 2 anni al 2,98% (3), l’Irs 10 anni al 3,17% (1).

I mercati monetari continuano a scontare una probabilità del 95% circa di un rialzo dei tassi da parte della Bce di 25 punti base a settembre e una probabilità simile di un ulteriore rialzo entro dicembre, in linea con le aspettative precedenti alla decisione della Bce.

Gli ultimi PMI Usa hanno mostrato un’accelerazione dell’attività nel settore dei servizi statunitense a luglio, sostenuta in parte dalla spesa legata ai Mondiali di calcio e al Giorno dell’Indipendenza, mentre il ritmo di crescita nel settore manifatturiero ha subito un rallentamento, attestandosi al livello più basso da marzo. L’S&P 500 e il Nasdaq mostrano un saldo negativo sulla scia dei timori relativi alla spesa per l’IA (aumento degli investimenti e consumo di cassa) che mettono in secondo piano le ultime trimestrali, mentre gli investitori guardano anche ai nuovi dazi e ai crescenti rischi legati alla guerra in Medio Oriente.

Il ritorno del prezzo del petrolio a livelli di 70 è dunque stata un’illusione? Il problema è che oggi le scorte di greggio sono molto più basse e dunque si riduce la capacità di sopperire ad eventuali future carenze di fornitura.

Stefano Pignatelli - Eutekne